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Diario di una crocerossina ad Haiti

Pubblicato quotidianamente su Il Riformista

Da Port au Pince arriva un altro resoconto, il sesto, dell'esperienza diretta di S.lla Dianora Guicciardini, Infermiera Volontaria della Croce Rossa Italiana al lavoro nel "Campo Italia" della CRI.

(1 febbraio 2010) - Oggi dovrebbe arrivare il Cavour, se cosi fosse potrei finalmente riabbracciare le sorelle imbarcate, non ho loro notizie ma spero di avere la possibilità di poterle accogliere. Non che qui ci siano grossi problemi anzi, la grande comunità mondiale di Croce Rossa che si è sistemata al nostro campo è uno stupendo Mix di culture diverse e motivazioni uguali, difficilmente nella vita mi succederà ancora di fare parte di un così grande gruppo di persone speciali che mettono tutto da parte per aiutare gli altri. Tutti qui hanno lasciato a casa lavoro e affetti importanti, alcuni a casa capiscono le nostre motivazioni, altri no ma il tempo sarà giudice delle nostre scelte
Piano piano ognuno di noi cede un po': c'è chi ha bisogno di stare solo e si chiude nel magazzino, chi ha febbre e dolori che risolvo con vitamine e due chiacchiere all'ombra, da tenere sotto controllo sono quelli che non si lamentano mai, è difficile capire quello che li succede e giro a dare pacche sulle spalle con scuse a caso per vedere un po' come va. Le missioni all'estero come queste sono così, toste.
La cucina, che è di nostra responsabilità è ormai super operativa e riusciamo addirittura a fare più pasti di quelli richiesti, questo ci permette di dare da mangiare anche al personale locale che lavora con noi al mantenimento delle tende e della sicurezza. Le ragazze locali che sono state assunte per aiutare in cucina sono meravigliose, c'è chi ha perso i genitori nel terremoto, chi è malata di cuore e per la quale cerchiamo medicine. Il primo giorno erano timide e cupe, non parlavano nemmeno tra loro... oggi cantavano "O' sole mio" pelando patate. Diamo da mangiare a tutti e poi stremati ci sediamo intorno ad un tavolo e mangiamo anche noi facendo due chiacchiere e tirando le somme della giornata, questo è il momento più bello per noi. La tensione si allenta.
Ieri notte ho avuto paura per la prima e forse ultima volta, mentre cenavamo tutti insieme intorno al nostro tavolo hanno cominciato a sparare a 20 metri dal campo. Gli uomini della nostra squadra hanno capito subito che non erano petardi, io ci ho messo un po' di più. Poi hanno individuato che tipo di arma fosse. Io onestamente mi sono piazzata tra i due più robusti a testa bassa e li sono rimasta. Mai nella mia vita avevo sentito sparare per uccidere e per di più cosi vicino. Dico sparare per uccidere perche ci sono buone possibilità che di questo si tratti; il business della sicurezza privata è enorme e i vari quartieri hanno guardie armate a difesa di magazzini pieni e case private. La procedura con i cosiddetti "sciacalli" è questa : prenderli, legargli le mani, sparargli in testa e lasciare i cadaveri per strada a monito per chi volesse fare altrettanto.
 
E' una terra senza pace.

 
 


 
 


 
 
 
 
 
 
 
 
 
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