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Fabrizio De André, genovese, ne “La guerra di Piero” cantava che per morire di maggio ci vuole “tanto, troppo coraggio”. Ma anche durante un violento temporale alle porte di Ferragosto, in coda per raggiungere l’agognata località delle vacanze, o guidando un camion in attesa dei giorni di ferie, ce ne vuole, e tanto.

Come grande è la forza che deve avere chi resta, facendo i conti giorno dopo giorno con l’assurdità di una perdita che ha creato una voragine insanabile e mandato nel panico una città, una regione, un Paese intero. Perché a chiunque, ma proprio a chiunque, poteva toccare quel destino. Eppure, anche in quel buco nero, reale e simbolico, causato dal crollo del Ponte Morandi – “il Ponte di Brooklyn” per i genovesi – una luce c’è stata, prima fioca e poi, giorno dopo giorno, sempre più luminosa e capace di riportarci con i piedi per terra e farci sentire ancora umani: quella della solidarietà.

Questo reportage della CRI, a un anno di distanza, è dedicato ai soccorritori, ai volontari, agli sfollati e, soprattutto, alle famiglie delle 43 vittime di quel maledetto 14 agosto 2018, una data che traccia un “prima e un dopo” a Genova, come nel cuore di tutti gli italiani.

 
 
 
 
 
 

Il Presidente CRI Francesco Rocca racconta il lavoro dei Volontari impegnati nei soccorsi a Genova

 
 
 
Il 14 agosto 2018, alle 11.36, la pila 9 del Ponte Morandi di Genova crolla:
una frattura materiale e simbolica per la città, per un’intera regione, per il Paese tutto.

Le vittime sono 43. Gli sfollati dei caseggiati sottostati la pila 10, saranno 566.

Immediata la risposta degli operatori SMTS della Croce Rossa Italiana (Soccorso con Mezzi e Tecniche Speciali): 39 uomini e donne, operativi nelle ricerche dei dispersi dal crash fino alle 15.30 del giorno successivo, per un totale di circa 26 ore di intervento continuativo.

Attivi, da subito, 15 SEP della CRI (Supporto Psico-Sociale) provenienti da Liguria, Piemonte e Veneto.
Attivato il servizio RFL (Restoring Family Links).

La CRI è stata vicina agli sfollati dal 15 agosto a fine operazioni, per un totale di 35 giorni circa.

Tra il 14 e il 22 agosto erogati 1346 pasti ai soccorritori, con 412 operatori impegnati

Corpi Ausiliari: 2 Infermiere Volontarie impiegate presso l’obitorio di Genova per il riconoscimento e la ricomposizione delle salme; alcune Sorelle con haccp impegnate presso la mensa per i soccorritori; altre per assistenza psicologica. 18 militari con 2 ambulanze e un mezzo fuoristrada, inoltre, hanno collaborato alla gestione e alla logistica del “Campo IKEA”. Alcuni militari hanno allestito, all’interno dell’Ospedale San Martino di Genova vicino alla camera ardente, una tenda per dare supporto ai familiari delle vittime.

I volontari della CRI non hanno mai smesso di essere accanto ai familiari delle vittime, agli sfollati, alla cittadinanza tutta: questo reportage e questo video, a un anno di distanza, sono un doveroso ringraziamento per il loro operato,

un impegno tenace che continua tutt’oggi.
 
 
 

“Il 14 agosto è una data che rimarrà scolpita nei cuori e nella memoria di tutta Italia e degli operatori della Croce Rossa italiana. Siamo intervenuti a distanza di pochi minuti dal crollo con le nostre squadre SMTS (Soccorso con mezzi e tecniche speciali), uomini e donne preparati per intervenire in situazioni di emergenza con una certificazione “Urban Search and Rescue” che consente loro di lavorare al fianco dei Vigili del Fuoco, come infatti è avvenuto in quell'occasione. 

Il contesto era estremamente impegnativo e difficile: è stato un lavoro faticoso e, devo dire, i nostri soccorritori hanno buttato il cuore oltre l’ostacolo, accompagnati da una volontà disperata di fare il loro lavoro fino in fondo, per 26 ore tra le macerie”.

Il supporto psico-sociale e logistico

“E non ci siamo fermati lì. Si è attivata  tutta la macchina dei soccorsi della CRI. Sono intervenute le squadre per il supporto psicologico (SEP), volontarie e volontari che si sono fatti le ossa nelle varie emergenze del nostro Paese e che, negli anni, hanno acquisito una professionalità elevatissima, stringendo un rapporto profondo con le persone coinvolte negli scenari in cui si trovavano ad operare. Legami che, come nel caso di Genova, sono andati al di là della semplice risposta di quei giorni: dall'accompagnarli nelle ore di attesa durante le ricerche, fino a condividere il dolore (per quanto possibile) e a sostenerli nel momento del ritrovamento dei corpi e del successivo riconoscimento. Un lavoro durissimo, parallelo a quello dei soccorritori.
Poi c’è stato tutto il lavoro dietro le quinte, quello che magari è meno visibile ma non meno prezioso per la buona riuscita delle operazioni: 

 

è stato messo in piedi, infatti, un campo base noto come “Campo Ikea” perché  allestito nel parcheggio dell’area commerciale e che, in quei giorni, ha servito migliaia di pasti ed è stato un punto di decompressione per tutti i soccorritori, non soltanto quelli della Croce Rossa, ma anche delle altre organizzazioni e strutture dello Stato, come i Vigili del Fuoco, la Polizia, i Carabinieri”. 

Gli sfollati

“Abbiamo anche lavorato in favore degli sfollati - che sono le altre vittime di questa vicenda, spesso poco citate: centinaia di persone che hanno perso la casa a causa di quel crollo. Anche per loro c’è stato un lavoro di ‘accompagnamento’ non semplice, perché non c’era soltanto il dolore delle radici strappate, ma anche tanta rabbia a mano a mano che arrivava la consapevolezza dell’assurdità di quella tragedia”.


Il supporto dei Corpi Ausiliari

“La Liguria è una regione che ha una tradizionale e importante presenza della Croce Rossa e, in quei giorni, sono state attivate le diverse realtà dell’Associazione. Perché noi abbiamo una componente tradizionale, laica, che è quella del volontario in divisa rossa, ma anche due componenti ausiliarie: il Corpo Militare Volontario e le Infermiere Volontarie. In quell'occasione, così come in tutte le altre grandi emergenze, gli italiani hanno potuto assistere a un lavoro di unità, dove ciascuna componente ha dato un contributo importante. Un bel modello di sintonia e simbiosi”.

“Io sono arrivato il 16 agosto, in mattinata, per cercare di avere contezza immediata di quanto avvenuto senza però intralciare il lavoro delle prime ore. Tuttavia, ero già ero in contatto costante con i volontari di Genova, con la Protezione Civile e con il Presidente regionale della Liguria. 

 

Ma ho voluto essere accanto a loro, verificare di persona se ci fossero ulteriori necessità e dialogare con i colleghi delle altre Istituzioni, con il Presidente della Regione e con il Sindaco di Genova, per capire quali fossero gli step successivi e quali risposte dare davanti a un’emergenza unica, perché un ponte di quella mole, che serviva centinaia di migliaia di passaggi al giorno, comportava una serie di necessità logistiche e li rischio che una città rimanesse completamente bloccata. Era necessario cercare di fare una pianificazione il più dettagliata possibile del nostro intervento, non soltanto nell'immediato, per porre in essere una distribuzione costruttiva e logica delle nostre energie nel corso dei giorni, per fare in modo che non venisse mai meno il nostro impegno”.

Il potere dell’Umanità

“I volontari presenti sulla scena hanno dimostrato un grandissimo senso di responsabilità. Non dimentichiamo che, come liguri e genovesi, molti di loro erano ovviamente e comprensibilmente scioccati di fronte a una tragedia avvenuta “a casa loro” e che avrebbe potuto coinvolgerli in prima persona, eppure quella lucidità che ho visto in loro - la stessa di tante altre occasioni - non mi ha meravigliato: perché le donne e gli uomini della Croce Rossa nel momento dell’emergenza riescono a mantenere un sangue freddo che mi colpisce e mi emoziona ogni volta. Ho incontrato giovani donne e uomini, che non dormivano da giorni, ma nonostante tutto avevano una forza e una determinazione impressionanti. Questo è anche il senso di essere un volontario della CRI: mantenere la consapevolezza e un senso di orientamento nella difficoltà. Ogni volta che interveniamo, alla fine vediamo ritornare indietro quello che abbiamo dato. In questi anni lo abbiamo toccato con mano più volte, da L’Aquila ad Amatrice, e il Ponte Morandi non ha fatto eccezione. Quando purtroppo c’è la necessità di un grosso intervento da parte nostra, cosa che ciclicamente avviene, ci sono sempre dei picchi nel reclutamento, perché è in quei momenti che i cittadini italiani, e ovviamente i beneficiari, si rendono conto di come si possa fare la differenza facendo 

 

squadra. La generosità è - fortunatamente - un valore che appartiene al nostro Paese. La differenza che può fare un’organizzazione come la Croce Rossa è proprio quella di mettere in campo un lavoro di squadra pianificato ed efficace, perché la formazione è sempre al primo posto nella nostra Organizzazione”. 

 
 
 

 
 
 
“Il suono di quel martello pneumatico me lo sono portato dietro per mesi”

Federica Valle, volontaria Comitato di Varazze, psicologa del SEP
 
 
 

 
 
 
 
 
 
 
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